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Fasti di Napoleone (senza titolo)

Fasti di Napoleone (senza titolo) | Livres anciens et modernes | Longhi G. - Rosaspina F. - Bisi M. - Benaglia G.

Livres anciens et modernes
Longhi G. - Rosaspina F. - Bisi M. - Benaglia G.
Appiani Andrea, 1816
6500,00 €
(Gavirate, Italie)

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Détails

  • Année
  • 1816
  • Auteur
  • Longhi G. - Rosaspina F. - Bisi M. - Benaglia G.
  • Éditeurs
  • Appiani Andrea

Description

Prima edizione delle incisioni dei Fasti pubblicata a Milano nel 1816. Esemplare conforme a quello conservato presso la Civica Raccolta di Stampe “Achille Bertarelli”, Albo J 5. RaraIl ciclo pittorico dei Fasti Napoleonici era un grandioso e complesso fregio, realizzato da Andrea Appiani fra il 1800 ed il 1807, per decorare la balconata della ringhiera che percorreva i quattro lati della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano. Questo a confronto con la neoclassica arte pittorica dell’epoca si distingueva quale avanguardia sperimentale, in quanto rappresentava il primo esempio di pittura di storia contemporanea in Italia. Andato distrutto durante i bombardamenti alleati del 1943, sopravvive in età moderna grazie alla versione grafica voluta dallo stesso Napoleone che decise “di tradurre il ciclo, senza risparmio di denaro, tempo ed energia, consapevole della forza comunicativa e dell’immediatezza visiva e di significato ideologico degli eventi rappresentati, nonché dell’alto esito artistico raggiunto” (Bairati 1997: 91) L’impresa venne commissionata ad Appiani da Napoleone stesso, il quale era giunto in Italia per essere incoronato Re (26 maggio 1805), inizialmente “con proposito di ritirarne 200 copie, e lasciar quindi ad Appiani i rami in proprietà” (Beretta). Da principio il premier peintre, per volere dello stesso imperatore, commissionò a Giuseppe Longhi l’esecuzione di sei matrici della dimensione di un quarto dell’altezza del dipinto; queste sarebbero servite come modello di riferimento per i successivi contributi degli altri incisori, affinché la serie mantenesse, nonostante le diverse mani coinvolte, una certa compiutezza ed omogeneità formale. Il Nostro cominciò il lavoro nel 1806 (terminato entro il 1811). Cinque di queste lastre rappresentano la battaglia di Marengo, mentre la sesta il tempo con le parche. Longhi, al fine di ottenere una traduzione fedele sul piano della resa stilistica, decise di utilizzare una tecnica diversa dall’intaglio a bulino, optando per un’esecuzione semilibera comunemente adottata ad inizio ‘800, soprattutto in ambito accademico. Questa “maniera semilibera, che comportava il ritocco a bulino delle incisioni eseguite all’acquaforte […] consentiva di rendere con più efficacia, rispetto all’uso del bulino, i valori pittorico-chiaroscurali e di tradurre lo sfumato, l’espressività e le delicate lumeggiature delle tempere di Appiani, permettendo inoltre un più facile ed armonioso accordo tra le parti” (Bairati 1997: 95). L’impresa, che prevedeva un totale di 35 rami, vide anche la partecipazione degli incisori: Francesco Rosaspina (1762-1841), Giuseppe Rosaspina (1765-1832), Michele Bisi (1788-1874) e Giuseppe Benaglia (1766-1835) anche se quest’ultimo ebbe un ruolo del tutto marginale. L’operazione di traduzione grafica fu complessa e travagliata a causa dello scontro tra le ragioni dell’arte con quelle di sicurezza e tutela ideologico-politiche. A tal proposito risulta esemplificativa la piccola disputa avvenuta nel 1808 tra l’Intendente Generale, che suggeriva al viceré Eugenio di Beauharnais di depositare le lastre incise presso il tesoro della Corona, onde evitare i pericoli di una divulgazione non autorizzata o di contraffazione, mentre d’altra parte Appiani era contrario a tale decisione. “Vengo a rilevare che alcune delle battaglie sudette sieno già incise, di cui ve ne sono ostensibili diverse prove […] per i dovuti riguardi alla Maestaà dell’Augusto Sovrano per cui benefica disposizione viene quest’opera eseguita, e per l’importanza dell’opera stessa la quale potrebbesi divulgare e contraffare, non sia conveniente che alcuna prova venga distratta prima che sia umiliata alla prelodata V. M. […] sembrerebbe opportuno […] depositare i rami già eseguiti nel Tesoro della Corona” (Intendente Generale). Diversamente la risposta dell’Appiani, in data 10 maggio 1808, sostiene la necessità di non alienare alcuna parte dell’impresa, al fine di assicurare carattere unitario ed omogeneo al risultato finale: “L’incisione de’ miei bassi rilievi […] ordinate da S. M. sotto la mia direzione, forma una serie talmente connessa, che non può un rame incidersi senz’aver sott’occhio il rame precedente. Ciò fa si che indispensabil sia che i rami di mano in mano eseguiti rimangano presso l’autore dell’opera […] ciò potrebbe per avventura aver luogo quando tutto il lavoro sarà terminato, che d’altronde affidata alle mie cure la delicata esecuzione di questo lavoro il mio zelo ed interesse pel servigio di S. M. e la conosciuta mia onoratezza, ardirei credere che garantiscono abbastanza l’incisione d’ogni benchè minima distrazione”. Questa rappresentava una questione delicata che venne affrontata con la massima cautela, confermata da alcune osservazioni di Appiani in due lettere indirizzate all’attenzione di Francesco Rosaspina: in quella del 7 maggio 1808, a proposito delle prove all’acquaforte si assicura “per carità che non ne sorti manco una essendo questo un ordine di S. A. I. il Vice-Re”, mentre in altra del 5 maggio 1810 prega l’incisore “di spedirmi sempre col mezzo della posta le prove dell’Acqua forte: giacché mandandole per altro mezzo, corrono il rischio di ritardarmi, di stare nelle amni altrui, d’essere vendute, e tua sai quanta delicatezza dopo tuttociò ch’è accaduto a questo riguardo, mi convenga usare. Si tratta, come non ignori, di cosa, per cui non si ha mai cautela bastante”. Le due lettere citate si trovano presso l’Archivio Storico dell’Accademia di Brera (Carpi A VI 26). Elenco della divisione delle tele da tradurre tra i singoli incisori ricostruita sulla base delle dichiarazioni di responsabilità indicate nelle incisioni: Giuseppe Longhi (1766-1831). Cinque pezzi: Battaglia di Marengo (inclusa Convenzione di Alessandria)Un pezzo: Attentato contro vita di Bonaparte (il Tempo con le Parche) A proposito della raffigurazione della battaglia di Marengo, il Beretta ricorda come: “[…] fra i cinque [pezzi] tre riescirono d’impareggiabil merito […] sono d’un fuoco di speciale sentimento”. Francesco Rosaspina (1762-1841). Battaglia di Montenotte (2). Battaglia di Arcole (2), Battaglia della Favorita, Tre pezzi: Sbarco in Egitto e visione di Bonaparte in EgittoDue pezzi: Passaggio del Gran San BernardoDue pezzi: Napoleone Bonaparte Imperatore dei FrancesiUn pezzo: Napoleone Re d’ItaliaGiuseppe Rosaspina (1765-1832)Due pezzi: Combattimento al ponte di LodiTre pezzi: Ingresso dei francesi in MilanoUn pezzo: Episodio di LonatoDue pezzi: Ritorno di Bonaparte dall’Egitto e lo sbarco a FrejusDue pezzi: Bonaparte primo ConsoleMichele Bisi (1788-1874)Un pezzo: tre medaglioni allegorici – Vittorie di Millesimo e Dego; Vittorie di Castiglione e Peschiera; Presa di MantovaUn pezzo: tre medaglioni allegorici – Proclamazione della Repubblica Cisalpina; Passaggio del Tagliamento e presa di Trieste; Festa della FederazioneUn pezzo: tre medaglioni allegorici – La Repubblica Cisalpina riconoscente verso la Francia; I Comizi di Lione; Ritratto di Napoleone ImperatoreUn pezzo: tre medaglioni allegorici – Vittoria di Austelitz; Vittoria di Jena e di Eylau; Vittoria di FriedlandGiuseppe Benaglia (1766-1835)Un pezzo: Battaglia di RivoliUn pezzo: Festa della Federazione della Repubblica CisalpinaL’impresa fu portata a termine nel 1816; Appiani “ebbe pertanto, prima di morire, la consolazione di vedere la sua opera più stimata degnamente interpretata attraverso l’incisione” (Martini, Bonfadini 1890) Il progetto, avviato sotto l’alto patrocinio di Napoleone, terminò in piena Restaurazione quando ebbe inizio un radicale processo di revisione critica e storica, in alcuni casi di censura, nei confronti dell’esperienza politica appena trascorsa. Se da una parte il governo austriaco promosse l’edizione di numerose opere appianesche di carattere mitologico, dall’altra, a causa della pericolosità ideologica dell’immagine, ne vietò la pubblicazione quando il soggetto alludeva alla stagione politica precedente, evitandone sin dal principio una pericolosa diffusione. Oggi le incisioni dei Fasti sono di capitale importanza e rappresentano una testimonianza privilegiata di un ciclo pittorico altrimenti definitivamente perduto.

Edizione: 1816

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