Lavorare stanca [TIRATURA NUMERATA]
Lavorare stanca [TIRATURA NUMERATA] | Libri antichi e moderni | Pavese, Cesare
Lavorare stanca [TIRATURA NUMERATA]
Lavorare stanca [TIRATURA NUMERATA] | Libri antichi e moderni | Pavese, Cesare
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Dettagli
- Anno di pubblicazione
- 1936
- Luogo di stampa
- Firenze,
- Autore
- Pavese, Cesare
- Pagine
- pp. 104 [4].
- Collana
- «Collezione di Solaria» n. 40,
- Editori
- Edizioni di Solaria (stamperia Fratelli Parenti),
- Formato
- in 8°,
- Soggetto
- Poesia Italiana del '900
- Descrizione
- brossura arancione stampata in nero ai piatti e al dorso (titolo in rosso al piatto superiore; prezzo al piatto inferiore: Lire 10 per l’«edizione originale» numerata).
Descrizione
LIBROEdizione originale nella tiratura numerata. Dalla collezione di Giampiero Mughini.Esemplare numero 100 con restauro professionale alla brossura e al dorso; interno pulito.Mitica e rara opera prima tirata in sole 180 copie numerate (di cui le prime trenta di testa su carta diversa), oltre a una tiratura commerciale non numerata. Raccolta di quarantuno poesie di matrice apertamente anti-ermetica, «short stories chiuse e tetre di personaggi tipizzati, che oscillano tra referto realistico e proiezione dell’autore stesso» (Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Milano 1990, p. 68). L’edizione è in programma fin dalla metà del 1933, quando Pavese, tramite Leone Ginzburg, fa avere un primo nucleo manoscritto di poesie ad Alberto Carocci di “Solaria” (il quale, peraltro, aveva già accettato a scatola chiusa). Ma il libro rimane un cantiere aperto fino a 1935 inoltrato, tanto è vero che il primo abbozzo di «Poggio Reale» — scritta in carcere, dove Pavese rimase da maggio a luglio 1935, prima a Torino, poi a Roma, infine a Poggioreale in Napoli, in attesa del confino a Brancaleone Calabro — fu inviato per lettera alla sorella Maria in giugno: «Scrivo qui una poesia che, per non perdere l’abitudine, ho composto, a memoria. Tu, mettila da parte e me la darai quando sarò uscito» (Lettere,Torino 1968, pp. 237-s; anche le successive citazioni sono tratte da quest’edizione). Ancora in settembre, il poeta scrive a Carocci inviando le «bozze definitive»: «Ho tenuto conto del Ministero della Stampa e cancello, come vedi, “Il Dio caprone” (piangendo), “Pensieri di Dina”, “Balletto” e “Paternità”. Così il volume potrà ormai servire da libro di preghiere anche per una vergine». Sorprendentemente infatti, considerando la detenzione dell’autore per motivi politici, «Lavorare stanca» non fu espurgato se non per quattro poesie tacciate di «oscenità». « La composizione della raccolta è durata tre anni. Tre anni di giovinezza e di scoperte, durante le quali è naturale che l’idea della poesia e insieme le mie capacità intuitive si sian venute approfondendo. E anche ora, benché questa profondità e quel vigore siano molto scaduti ai miei occhi, non credo che tutta, assolutamente tutta, la mia vita si sia appuntata per tre anni nel vuoto. [.] Almeno un tempo, l’ho creduta ciò che di meglio si stesse scrivendo in Italia [.]» (Pavese, Il mestiere di poeta, in: «Lavorare stanca» 1943, p. 161). Nella stessa lettera, tuttavia, Pavese aggiunge: «Con la solita protervia, non so resistere alla tentazione di accludere altre otto poesie, frutto di questi ultimi tempi di calma. [.] Servono solo a rimpolpare il volumetto troppo smagrito dai tagli richiesti da Prefettura e Ministero». Come si apprende dal seguito della missiva, i ritardi del libro non sono imputabili solamente all’irresolutezza dell’autore, quanto anche alla precaria situazione in cui versava «Solaria», prossima alla chiusura: dal 1933 infatti Carocci rimane solo (Giansiro Ferrata era stato costretto a lasciare alla fine del 1930, e i rapporti con Bonsanti si erano logorati) e la pubblicazione dei fascicoli dell’anno nono, 1934 e ultimo, è uno stillicidio di ritardi, con il numero IX,3 che esce a novembre, il IX,4 addirittura a marzo 1935 e il IX,5-6, ultimo, a marzo 1936. «Lavorare stanca», volume quarantesimo delle «Edizioni di Solaria», sarà il penultimo libro licenziato sotto quella sigla editoriale, seguito dall’«Osteria sul torrente» di Morovich che chiude definitivamente in marzo il decennio solariano. Il blocco sanzionario imposto all’Italia dalla Società delle Nazioni nell’ottobre 1935, in risposta all’aggressione dell’Etiopia, non aiutava: il 27 dicembre Pavese scrive dal confino alla sorella «[.] oggi mi ha scritto Carocci dicendomi che non si trova la carta per stampare “Lavorare stanca”. Mi pareva che le cose andassero troppo lisce!». Finalmente, il 24 gennaio 1936 il poeta può annunciare a Carocci, con una bella lettera, il buon ricevimento del «pacco di “Lavorare stanca”»: «Lacrime, tripudio, auspici, bicchierata: tutto da solo. Evidentemente tu che [.] tanti giovani autori battezzasti, conosci a fondo le reazioni psichiche di chi si vede davanti al suo primo libro. Comunque, ecco qua: [.] compiacenza dell’ampio frontespizio e delle bianche pagine immense del testo, gratitudine per le medesime, gratitudine per il modico prezzo, gratitudine per tutto e tutti. Dall’altra parte: nostalgia del Dio caprone, lieve sospetto di aver fatto una sciocchezza, senso di vuoto, nausea verso ogni carta stampata. Credo che tutto ciò sia definito e catalogato da secoli, e quindi smetto. [.] Errori di stampa tre: p. 90 - ultima riga | p. 95 - riga 8 - quand’è per quant’è | p. 104 - riga 3 - od un’ per o d’un | Anche troppo pochi».Pavese e Vaccaneo, Cesare Pavese: i libri (Torino 2008; registrano un esemplare in legatura posticcia privo della copertina originale); Gambetti, Preziosi del Novecento (Alai 3, 2017), p. 21; Sebastiani, Libri e riviste, p. 49
Edizione: edizione originale nella tiratura numerata. dalla collezione di giampiero mughini.