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Note Bibliografiche

110 pagine. Brossura. gr 100. Testo francese a fronte. Collana: Biblioteca Medievale, 41. Commento dell'editore e quarta di copertina: Se il fabliau è un genere possibilista e senza una morale fissa, che predilige la beffa e il rischio, che premia la prontezza di spirito e l'ingegno, si può dire che Auberée (scritto nel Nord della Francia all'inizio del XIII sec., forse da Jean Renart) realizzi in modo perfetto, con leggerezza e ironia, tutti questi tratti. Con una capacità di manipolare gli altri che sfiora spesso il diabolico, la vecchia Auberée domina dall'inizio alla fine tutta l'azìone: sottrae la giovane moglie, facendola apparire infedele, al marito geloso, la fa incontrare con l'amante, la riconcilia con il marito, evitando un finale violento e preparando apertamente la possibilità di nuovi incontri amorosi. Al centro del suo imbrogliato e nitidissimo intrigo c'è il farsetto del giovane amante, portato, dimenticato, ritrovato in un letto dove non avrebbe dovuto essere… Auberée si inserisce in una grande dinastia di mezzane - Trotaconventos, Celestina, la Vecchia nel Roman de la rose… - e come loro è abilissima, temuta, autorevole. Inafferrabile e ambigua. Opera per conto dell'uomo, e per denaro, ma della donna, quando è oggetto e possesso dell'uomo, è sotterranea e istintiva adiuvante. È così che appare subito sulla scena: «La vecchia si chiamava Auberée; / non si potrebbe mai tenere chiusa una donna / senza che lei non riuscisse a tirarla fuori».

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