[8], 171, [1] p., [1] c. di tav. ripieg., 8°(15 cm), piena pergamena coeva con dorso a tre nervi e titoli a china al dorso, firma di possesso a china d'epoca a fine v. Condizioni : USATO - Stato : Buono, ordinari segni d'uso e del tempo, manca la metà destra della tavola incisa (frontespizio calcografico) dove si vede un farmacista davanti ad un bancone con un pestello in mano e alle sue spalle uno scaffale intero di vasi intervallati da numerosi teschi, in primo piano un medico con assistente al capezzale di un morente intento a stendere una ricetta. Altre note : Rara opera dell'abate D. Bonaventura Tondi da Gubbio, monaco olivetano e prolifico scrittore. Del Tondi, di cui non siamo in possesso di dati biografici organici, conosciamo un’ampia produzione di titoli di morale e di politica. Ignorato dal Persico, il monaco viene citato con poco lusinghieri giudizi tra i minori del suo periodo dal Ferrari. Sappiamo che agì a lungo in ambiente napoletano, e ciò, oltre ad avvicinarlo al misterioso estensore della Critica, che dichiara di essersi stabilito a Napoli nel 1680 per alcuni suoi affari, lo avvicina specialmente agli editori napoletani di una delle edizioni de La Critica (talvolta datata 1694) ovvero Vernucci e Layni. La storia della presente opera si intreccia con anticipato con De La Critica della Morte overo l’Apologia della Vita. Da un confronto tra edizioni, tra la prima edizione del 1690 e le edizioni del 1699 e del 1704 si possono trarre alcune interessanti osservazioni. Quest’ultima è divisa infatti (come del resto quella del 1696 e supponiamo, tutte le altre ad esclusione di quella originale del Casizzi) in due parti distinte: la prima è La critica della morte overo l’Apologia della Vita, ovvero la traduzione del testo del Comiers con il seguente Racconto così come li conosciamo dall’edizione del 1690. La seconda parte, dal titolo Le ricette dell’Arte ch’accrescono i languori della Natura, è invece uno scritto di feroce critica alle pretese della medicina, che risulta inquadrata più che altro come scienza assassina, professata da gretti e tronfi irresponsabili, avidi ignoranti privi di scrupoli, che non sortiscono altro effetto, con le loro pratiche, che quello di portare assai in fretta il malcapitato paziente alla tomba. Indipendentemente dalle vicende biografiche e dalle fortune letterarie del Tondi politologo, fissiamo ora l’attenzione sugli Aforismi di morte. In effetti, il testo delle Ricette non è altro che la ristampa pura e semplice del testo del Tondi. L’operazione non era certo un’eccezione in un periodo in cui la pseudonimia e l’anonimato, la falsificazione di luoghi e date di edizione ed il vero e proprio plagio erano all’ordine del giorno nell’editoria italiana. Come abbiamo già accennato, il libretto è un feroce attacco alla scienza medica. Per il padre olivetano, che arricchisce la propria esposizione con un ampio corredo di citazioni classiche di medicina e filosofia, i medici sono una masnada di cialtroni improvvisatori ed ignoranti, irresponsabili assassini dei poveri malcapitati pazienti. Le uniche cure ammissibili sono dunque la temperanza, il sano e parco mangiare, il moto, l’astinenza e le regole di una vita pia. Da questo punto di vista, dunque, è innegabile una certa assonanza con i principi generali di igiene e buona salute esposti, lo vedremo, dallo scritto del Comiers. Tuttavia ben diverso, rispetto alla Medicina Universale ed all’alchimia, doveva essere il punto di vista del Tondi. Se il testo del Comiers non esita a fornire e commentare la ricetta alchemica della medicina universale, abbiamo ragione di immaginare nel Tondi un atteggiamento molto più scettico. In verità non vi sono nel testo particolari riferimenti all’alchimia, ma se si abbia riguardo ad un’altra opera del Tondi, si possono trarre adeguate conclusioni sulle posizioni poco lusinghiere espresse dell’autore nei confronti degli alchimisti dei suoi tempi, che egli considera senza mezzi termini folli persi dietro la ricerca di un’impossibile chimera. Il pasticcio editoriale che fonde l’opera del Tondi con La Critica appare una tipica speculazione editoriale, volta a fondere scritti di tematica e tono assimilabile in un’operazione editoriale volta a presentare al mercato, col fascino del mito del Gualdi, un prodotto di sicuro effetto. Se si accetta la datazione al 1694 dell’edizione napoletana, non è da escludere che, almeno a conoscenza del pastiche, fin dall’inizio, fosse lo stesso Tondi.