LINGUA IN RIVOLUZIONE
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Details
- Year of publication
- 1966
- Place of printing
- MILANO
- Author
- Franco Fochi
- Volume
- 1
- Series
- Volume 520 di Universale economica
- Publishers
- FELTRINELLI
- Size
- 18 cm
- Keyword
- Linguistica, Fascismo, Tullio De Mauro, Linguaggio, Saggi, Neo-Italiano, Neologismi, Scrittura, Grammatica, Semantica, Lingua parlata
- Binding description
- BROSSURA
- Dust jacket
- False
- State of preservation
- Fine
- Languages
- Italian
- Binding
- Softcover
- First edition
- True
Description
MAI SFOGLIATO, LIEVI SEGNI DEL TEMPO.
Che lingua stiamo parlando e scrivendo? Sta nascendo il neo-italiano? L'italiano d'oggi, specchio del nostro costume, in un saggio coraggioso, spregiudicato, libero da formule cattedratiche. Un vivace pamphlet e insieme una cartella clinica del nostro modo di parlare e vivere.
Informazioni bibliografiche
Titolo: Lingua in rivoluzione: saggio
Collana: Volume 520 di Universale economica
Autore: Franco Fochi
Editore: Milano: Feltrinelli, 1966
Lunghezza: 371 pagine; 18 cm
Soggetti: Linguistica, Fascismo, Stampa, Editoria, Tullio De Mauro, Corriere, Linguaggio, Articoli, Saggi, Opinione pubblica, Bruno Migliorini, Neo-Italiano, Neologismi, Parole, Scrittura, Grammatica, Semantica, Significato, Pamphlet, Lingua parlata, Terminologia, Uso corrente, Stile, Americanismi, Cultura, Filologia, Classici, Libri vintage, Literary Criticism, Linguistics
Sta il fatto che mai come oggi, cioè con altrettanta irruenza e rapidità, torme di bruttissimi neologismi sono venute a cacciar di nido, e in esilio, termini e modi profondamente radicati nel nostro idioma, senz'alcun riguardo né per il vigore né per le benemerenze. E ciò, in piena armonia con la maggior parte dei loro compagni sorti col buon fine di dare un termine alle idee nuove (che sono moltissime). Insomma, dove si tratta di fare il brutto, la concordia non manca.
C'è anzitutto una legge, in questo campo nemico e compatto: quella che vorrei chiamare della mostrina, perché mi ricorda (senz'alcuna gioia) la vita militare. Il cittadino che va a rispondere alla chiamata del distretto, non sa nulla, ancora, della sua destinazione; ma per lui è verità matematica che fra poche ore non sarà più il "signor X", libero cittadino in tutti i sensi che quest'espressione può assumere nella vita d'un uomo: farà parte d'un corpo, d'una specialità. Scomparirà molto, in lui, dell'individuo; e per tutto il tempo che egli passerà "sotto la naia" non lo abbandonerà mai il senso d'esser divenuto qualcosa di simile a una pedina fra le tante d'una scacchiera, o a una mattonella in un pavimento o, forse meglio, a un'unità in un numero grande grande, che è appunto il corpo a cui appartiene. [.] e centinaia d'altre simili parole che sembrano messe insieme coi cubi di legno o coi pezzi d'un "meccano", secondo un procedimento altrettanto di casa nelle lingue nordiche — p.e., in tedesco, pietoso è barmherzig; pietà: barmherzigkeit; spietato: unbarmherzig; spietatezza: unbarmherzigkeit; in inglese, pietà è pity; pietoso: pitiful; spietato: pitiless; spietatamente: pitilessly; spietatezza: pitilessness. — quanto estraneo e ripugnante alla nostra, dove il posto d'onore è sempre toccato alla libera fantasia, e non alla scienza esatta o all'officina per macchine di precisione.
Se l'italiano si conserverà italiano (il che nessuno oserebbe giurare), proverà sempre disagio di fronte a una siffatta maniera d'esprimere i pensieri, nella quale ogni sillaba sembra distillata da un alambicco nucleare, e a cui s'accompagna costante, ossessiva, la pretesa di rincorrere sino in fondo — chiamiamola così — la vocabologenesi.
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